Nel 1982 il settimo film di Steven Spielberg, il ragazzo della nuova
Hollywood col tocco di Re Mida, divenne in poche settimane - tra luglio e
agosto - il più grande incasso nella storia del cinema, sbaragliando
classici come Via col vento e relegando al secondo posto anche le Guerre
stellari di George Lucas che pure avrebbero goduto della longevità del
restauro digitale con tecnologie sempre più raffinate in bella mostra.
Il segreto di E.T. l'extraterrestre appassionò al tempo legioni di
critici e commentatori: cosa c'era di tanto speciale in quella fiaba di
un gruppo di bambini della middle class americana che scoprono un
piccolo extraterrestre sperduto nel giardino di casa, lo adottano come
un cucciolo senza collare, lo difendono dai pregiudizi degli adulti fino
a fargli ritrovare la strada di casa nello spazio profondo? La vera
novità è tutta in quel nanetto triste, col collo telescopico e il volto
da tartaruga che Spielberg descrisse e disegnò con tanta verismo a Carlo
Rambaldi da ottenere una creatura che stravolgeva ogni stereotipo
dell'alieno mai prima immaginata.
Per gli americani (e grazie al cinema per l'immaginario mondiale),
l'extraterrestre poteva avere tratti sfuggenti come in Incontri
ravvicinati del terzo tipo, fisionomie minacciose come nei film di
fantascienza degli anni '50, antropomorfismi infantili (le teste d'uovo
con lunghe antenne dei fumetti), ma mai prima era stato un "diverso"
fragile e indifeso. Tanto brutto di primo acchito da sconsigliare a un
colosso delle merendine come la Mars di associarsi alle sue gesta
cinematografiche, ma tanto umano, dolce, sensibile, da diventare un
simbolo della tolleranza oltre ogni pregiudizio. L'altro "segreto" del
film stava nella profonda empatia che si sviluppa con percezioni
sensoriali tra il piccolo E.T. e il giovanissimo protagonista della
storia, Elliot (Henry Thomas). Se l'alieno ha paura, un brivido scuote
Elliott, se si sente male si indebolisce anche il ragazzo, se rischia di
morire E.T. la stessa sorte tocca anche al protagonista. C'era di che
far funzionare un meccanismo di identificazione e affezione tanto
potente da scatenare il desiderio di protezione dell'intera famiglia:
nessuna fascia di spettatori rimaneva esclusa dalle vicende di E.T. e
per questo tutti vollero vederlo e rivederlo.
Alla luce di quel che è diventato Steven Spielberg il suo E.T. rimane
un capolavoro più volte replicato e mai raggiunto. All'uscita fu
accolto complessivamente bene anche dalla critica e il Times scrisse
"Criticare E.T. in termini ordinari é come criticare le tecniche di
struttura dell'Iliade, le motivazioni dei personaggi di Cenerentola o la
zoologia di King Kong. Come loro E.T. è passato nell'universo delle
mitologie, dove contano solo le leggende". Ciononostante i votanti
dell'Academy, seppellendolo sotto ben quattro Oscar, ne premiarono la
meraviglia e le qualità tecniche, ma ignorarono regia, sceneggiatura,
poesia di un'opera che aveva l'incanto e la semplicità della perfezione.
E che forse per questo sembrò troppo "infantile" per i gusti del
serioso Zio Oscar. Il film fu da subito un potente generatore di icone e
feticismi, dai pupazzi dell'extraterrestre alle biciclette di Elliott e
compagni spinte in volo verso la luna. Le citazioni nei film dei
colleghi si sprecarono, la tv fece la sua parte (specie coi Simpson)
rinverdendo il mito per le successive generazioni di adolescenti.
Cosicché nel ventennale della prima uscita (dopo un restyling parziale
nel 1985), Spielberg ritoccò i suoi personaggi con le tecnologie
digitali del suo amico George Lucas che aveva citato nel film (Elliott
gioca coi pupazzi di Guerre Stellari) e che avrebbe messo E.T. fra i
personaggi più strani del suo Senato Galattico. Il pubblico degli
appassionati insorse, criticandolo soprattutto per le varianti
"politicamente corrette" come il sostituire le pistole dei poliziotti
con inoffensive radioline. Ma una nuova legione di fan non aspettava
altro che mettersi in coda al botteghino e perdersi nella magia del
grande schermo. Nella leggenda della storia del cinema bisogna rendere
onore al festival di Cannes che nell'82 intuì il valore dell'opera e
offrì a Spielberg la chiusura della sua 35ma edizione. Parte da qui un
consenso al regista-autore che trovò nel collega Francois Truffaut il
più convinto cantore e che ha accompagnato E.T. fino alla porta della
Library of Congress dove dal 1994 è conservato "tra i film
culturalmente, storicamente o esteticamente significativi", mentre il
New York Times lo annovera tra i 100 capolavori di ogni tempo. Il
regista e la sua sceneggiatrice di fiducia Melissa Mathison lavorarono
anche a un seguito, poi abbandonato per non alterare l'emozione di una
fiaba che vive della sua completezza e del suo finale aperto. Tra i
rimpianti mai sanati c'é il "cammeo" di Harrison Ford (allora sposato
alla Mathison) nel ruolo del preside della scuola di Elliott. Spielberg
non inserì la scena per non distrarre il suo pubblico da una schiera di
giovanissimi (tra cui debuttava Drew Barrymore, figlia d'arte) che
voleva tutti divi in erba. Ma non calcolava che l'unica, immortale star
del film sarebbe rimasta la creatura dallo sguardo sognante che Carlo
Rambaldi aveva modellato con la sensibilità di un Geppetto dei nostri
tempi.