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Chiesa dello Santo Spirito Siracusa

Chiesa dello Santo Spirito
Chiesa dello Spirito Santo Sorge su un antico luogo di culto in sostituzione di una precedente costruzione distrutta dal terremoto del 1693.
Fu progettata da Pompeo Picherali nel 1727 con due ordini sormontati da una trifora e divisi da un imponente cornicione dalla linea spezzata altamente plastica. Tutta la facciata, risolta con bianco luminoso calcare, è un continuo gioco di piani e di sagome definito in ogni nodo strutturale con decorazioni morbide e fantasiose.
 L'interno luminoso e imponente, ricco di qualità plastiche e pittoriche, è un modello di riferimento per l'architettura locale del Settecento. Il motivo delle colonne abbinate al pilastro e la linea spezzata delle cornici, che si ripercuote nelle dilatazioni spaziali, rendono il volume interno vario e dinamico.
 
FU ISTITUITA NEL 1652 ED È UNA DELLE PIÙ ANTICHE DELLA SICILIA

Ha 333 anni l'Arciconfraternita dello Spirito Santo

Nella omonima Basilica, che il Comune di Siracusa sta restaurando, vive ancora questa Istituzione che cerca di non far morire gli antichi splendori  e le caratteristiche usanze religiose e popolari

Uno sparuto manipolo di quindici siracusani tiene in vita, con passione e speranza, l'Arciconfraternita dello Spirito Santo: una antica istituzione laicale, cristiana e cattolica, la quale, aperta ai soli uomini, fu istituita nel lontano 1652 da Mons. Giovanni Antonio Capobianco, allora Vescovo di Siracusa e successivamente resa legale da un decreto del Re di Spagna il primo agosto del 1652.
Sono in moltissimi, i cittadini siracusani e della provincia che ancora si ricordano dei riti della Settimana Santa, quando il venerdì gli «incappucciati» dell'Arciconfraternita sfilavano maestosamente per le strade di Ortigia con i caratteristici costumi e la lampada ad olio e quando, la sera prima, il Giovedì Santo, i fedeli ed i curiosi si recavano in quella Basilica vicino al mare, nei pressi del Distretto Militare, per vedere e visitare il «mistero», che era la rappresentazione di una tappa della Via Crucis, allestita con statue a grandezza d'uomo dai Confratelli dello Spirito Santo, i quali ogni anno variavano il tema.
Ma il «mistero» per il popolo rappresentava sempre un momento di intensa religiosità e di preghiera, frammisto anche ad una certa curiosità, per quelle statue e per quegli scenari preparati e addobbati sapientemente dai Confrati, al fine di offrire un effetto scenico e spirituale notevole ai fedeli e ai visitatori di tutta Siracusa che si recavano nella Basilica dello Spirito Santo con i figli e con le persone anziane, dopo essere stati nelle altre Chiese a «visitare» i tradizionali sepolcri.
Le cause della decadenza
Certo le tradizioni popolari e significatamente quelle religiose stanno perdendo a poco a poco il loro lustro esterno, ma per fortuna non quello interiore: colpa dei tempi moderni e del disinteresse quasi totale delle famiglie, le quali non educano più i loro figli, non diciamo alla pratica, ma neppure alla conoscenza del passato e dei valori sociali, simbolici e culturali che la tradizione popolare ha offerto per decenni ai cittadini. Ed è così che dai primi degli anni Sessanta, la processione degli «incappucciati» dell'Arciconfraternita non avviene più e che il Giovedì Santo non si rappresenta più il «Mistero» della Via Crucis nella Basilica dello Spirito Santo.
I Confrati si sono sempre più assottigliati; dagli oltre duecento che erano nel periodo precedente e susseguente la seconda guerra mondiale, quando era Governatore il Cavaliere Berovaldo Lo Bello e Rettore della Basilica l'Assistente spirituale, Monsignor Vito Gianninoto, sono andati via via diminuendo, sino a raggiungere l'attuale «minimo storico» di quindici.
 Da qualche anno, l'Arciconfraternita è retta dal Governatore, dottor Gaetano Macca, il cui bisnonno, nonno e padre hanno fatto parte attiva dell'Istituzione.
 L'attuale Padre spirituale è Monsignor Francesco Cavarra, che è anche Rettore della Basilica, succeduto al sacerdote Michele Caldarella, che resse la Basilica e la Confraternita per alcuni anni dopo il decesso di monsignor Gianninoto.
 Ai due qualificati responsabili di oggi abbiamo chiesto di illustrarci le cause della decadenza dell'Arciconfraternita; questo il loro pensiero.
Dr. Gaetano Macca: «All'inizio degli anni Sessanta, la popolazione di Ortigia cominciò ad emigrare in massa verso le zone del corso Gelone, della Borgata, di Akradina e di Grottasanta, quindi, nel giro di pochi anni l'isoletta si spopolò, E poiché coloro che reggevano l'Arciconfraternita erano proprio le classi popolari e gli appartenenti alle arti e ai mestieri (falegnami, carpentieri, muratori, sarti, fabbri e artigiani vari), ecco che approntare «un Mistero» costava soldi, quando prima ognuno apportava gratuitamente la sua opera per realizzare tutte quelle attività che la Confraternita svolgeva.
 «Più gli anni passavano e più si assottigliava il numero delle famiglie che gravitavano in Ortigia e nella sfera della Basilica, per cui si è arrivati alla situazione odierna che io reputo solo transitoria, in quanto sia in tutti i confrati che in larga parte dei cittadini vi è l'interesse verso una riscoperta di quei valori altamente sociali, cristiani e semplici che erano la vita stessa dell'Arciconfraternita».
 Mons. Francesco Cavarra: «Quando mi fu affidata la missione di Assistente spirituale dell'Arciconfraternita e la rettorìa della Basilica, nel gennaio del 1971, dopo qualche settimana dal decesso di Padre Caldarella, constatai che la vita religiosa e sociale dei Confrati era in declino per diversi fattori: l'età avanzata e la malferma salute del Governatore Lo Bello; l'attività del culto in Basilica limitata alla sola domenica; l'assottigliarsi dei soci a seguito dello spopolamento di Ortigia. «Subentrato, con la morte del Cav. Lo Bello, il Governatore Chimirri, ancora in giovane età, si adoperò fattivamente per un risveglio della Confraternita, Chimirri fece anche gli opportuni passi presso l'Amministrazione comunale al fine di ottenere un congrue contributo per il ripristino del tradizionale «mistero»; ma la morte lo colse improvvisamente e non potè portare a termine quanto egli desiderava. Da allora, a parte i rapporti sempre ottimi tra Confrati e Assistente spirituale e il tentativo dell'attuale Governatore, dottor Macca, di riorganizzare la confraternita, la vita dell'Associazione va molto a rilento, sia per il numero ristretto dei soci e sia per la impossibilità di riunirsi nella Basilica, da qualche anno pericolante in alcune parti ed ora chiusa per i lavori di restauro, per cui i Confrati non hanno potuto attuare l'essenza stessa dei loro doveri statutari che, in breve, sono quelli di: prestarsi aiuto reciproco materiale e morale, beneficare i poveri, visitare e assistere gli infermi, onorare i defunti, intervenire alle festività dell'Arciconfraternita, alle processioni disposte dall'Autorità ecclesiastica, partecipare ai riti della Settimana Santa, assistendo alla messa nella Basilica e comunicandosi.
«Con il restauro della Basilica, si spera di far rinascere queste tradizioni religiose e laiche che nel passato hanno rappresentato una parte non indifferente della vita religiosa e sociale di Siracusa, in generale e dell'Arciconfraternita, in particolare».
L'unica cupola esterna di Siracusa
 Una strettissima scala a chiocciola, tutta costruita con l'antica pietra da taglio con cui fu adornata la facciata della Basilica nel 1727, ci porta sul tetto della Chiesa, da dove si sente e si vede subito il mare attraverso gli archi che reggono le due campane e poi, a sud, il disegno perfetto della cupola che, con i suoi otto metri circa di diametro, è l'unica che si staglia sui tetti di Siracusa.
 Se si spazia con lo sguardo sul panorama offerto dal campanile della Basilica dello Spirito Santo, si possono osservare i vari tetti della Chiesa del Collegio, della Cattedrale, di S. Lucia alla Badia, del Teatro Comunale e della Chiesa di S. Giuseppe.
Sulla campana grande è marchiato a fuoco l'anno in cui fu forgiata, il 1799, mentre in quella più piccola c'è il 1811.
Conservate abbastanza bene le due guglie che adornano il campanile, fatte sempre con la stessa pietra della facciata e che, come questa, a sei metri dal mare, ha resistito perfettamente alla salsedine ed ai venti marini per ben 258 anni, conservando chiaramente disegni, capitelli, intarsi e stemmi.
E a proposito di stemmi, si possono ancora ammirare nitidi e quasi intatti quelli raffiguranti il simbolo dell'Arciconfraternita: una doppia croce latina.
All'interno, però, i segni del tempo si notano maggiormente: il maestoso organo a canne è in completo abbandono; sulla destra della tastiera vi è incisa la firma dell'ultimo accordatore, un certo Emanuele Battaglia, che ne curò la revisione sonora nell'ottobre del 1886; poi, gli stucchi e gli affreschi del tetto sono cadenti, come alcune parti dei cornicioni interni ed esterni, a causa delle infiltrazioni d'acqua dal tetto; la sagrestia e la sala-riunioni dei Confrati sono da rinnovare totalmente, come anche il ripostiglio con i pochi resti dei cimeli storici e religiosi dell'Arciconfraternita (pettorali, croci, statue, luminari, ecc.); ed infine la caratteristica ed unica scala a chiocciola (quasi integra) è da ripulire ed illuminare.
A causa dello stato pericolante del tetto, dei cornicioni e delle decorazioni interne, specie quelle a stucchi che adornano la volta, soggetti a continue e numerose infiltrazioni d'acqua, la Basilica, da qualche anno si è resa inagibile; pertanto, l'attuale Assistente ecclesiastico, Mons. Francesco Cavarra, d'intesa con il Governatore, dr. Macca, si è adoperato per l'ottenimento dei fondi necessari al restauro, passati attraverso il vaglio della Sovrintendenza ai Monumenti di Catania, della Commissione provinciale di controllo e del Comune di Siracusa che gestisce l'importo erogato dalla Regione per i restauri dei monumenti di Ortigia.
Furti e migliorie
Oltre al progressivo decadimento dagli anni Sessanta ad oggi, la Basilica subì nel 1974 un furto che impoverì ancora di più il suo patrimonio: fu asportato un calice d'argento massiccio con lo stemma dell'Arciconfraternita (autentico del '700), oltre a numerosi oggetti preziosi e a una tela di valore, un grande quadro attribuito alla scuola di Antonello da Messina.
Dopo il restauro, ci sarà ancora tanto lavoro sia per Mons. Cavarra e sia per i Confrati, i quali sembrano animati da seri propositi di rinnovamento: vogliono, infatti, far rifiorire i tempi floridi degli anni '50 del Governatore Lo Bello e del Rettore Mons. Gianninoto, che tanto prestigio dettero alla Basilica e alla Confraternita. Ricordiamo, che Mons. Gianninoto effettuò, tra l'altro, la pavimentazione della Basilica (così come ora si vede) e fece costruire gli attuali inginocchiatoi, le sedie e le panche.
Ma questo restauro è soprattutto indirizzato ai cittadini, al popolo, alle istituzioni della città, alle famiglie del luogo, che vogliono una fetta della loro Ortigia non abbandonata, ma spolverata e rimessa a nuovo per offrirla così, prima a se stessi e poi ai forestieri e ai posteri, con quell'amore che gli uomini del passato le hanno dato da 300 anni.
 E proprio il Comune, d'altronde, sta dando una mano per valorizzare quella zona, che vedrà, forse, la caserma vicina alla Basilica, prima sede del Distretto militare, prossima sede dell'Istituto internazionale di Scienze criminali di Siracusa e dell'Archivio storico comunale.
E, quindi, pensiamo, non sarà impossibile che sotto  l'unica cupola esterna di Siracusa ritorni il calore delle tradizioni, volute da questo sparuto gruppo di siracusani, i quali vogliono consegnare ai loro figli il germe cristiano di una delle più antiche confraternite della Sicilia.

Restauri e speranze
 Come abbiamo prima accennato, la Basilica dello Spirito Santo, che è di proprietà dell'Arciconfraternita, è in fase di restauro ad opera del Comune di Siracusa; il direttore dei lavori è l'architetto Enrico Reale e l'impresa cui sono stati affidati i lavori è la MAE Spa; l'importo dei finanziamenti regionali ex art. 5 legge regionale n. 70 del 7/5/76, resi operanti dalla delibera c.c.. n. 788 del 14/11/83, è di quasi 170 milioni, non certo sufficienti ad un restauro totale, ma ad un buon 80/90 per cento.
Al riguardo, il vice sindaco e assessore all'Urbanistica e a Ortigia ci ha detto:
Dr. Salvatore Formica: «Superando molte difficoltà siamo riusciti ad avviare questo restauro, inserendolo fra quelli prioritaria perché crediamo che la Basilica dello Spirito Santo rappresenti uno degli assi portanti di una ricostituita comunità di quartiere. Rinnovare quello che resta del nostro passato, restaurare palazzi, chiese, strade, eccetera, è un senso di omaggio agli artigiani dell'epoca, alla loro inventiva e alla loro straordinaria capacità realizzatrice: ad esempio, la scala a chiocciola che porta sul campanile della Basilica, costruita in blocchi di pietra concatenati magistralmente fra di loro. Secondo me, Ortigia è sempre il cuore della città ed il fatto che gli Enti locali stiano operando da un lato e che, dall'altro, anche i privati possono effettuare la manutenzione straordinaria delle loro abitazioni in Ortigia per renderle abitabili e moderne, senza modi- ficarne la facciata e la struttura originaria, è estremamente positivo, anzi rappresenta il primo passo verso un consistente ritorno di cittadini in Ortigia o in parte di essa. Il restauro della Basilica creerà sicuramente un nuovo centro di aggregazione di quartiere che trascinerà altre iniziative similari per la rinascita della vita sociale e popolare nel nostro "scoglio"».
Quindi, si muove qualcosa di positivo da parte degli Enti locali al fine di conservare il patrimonio artistico e religioso di Ortigia, di cui la Basilica e l'Arciconfraternita dello Spirito Santo costituiscono una parte non trascurabile da salvare e valorizzare.
 Sia il Governatore Macca, sia Mons. Cavarra che il vicesindaco Formica, hanno espresso voti affinchè, dopo il restauro (che dovrebbe terminare verso giugno '85), la Basilica e l'Arciconfraternita ritornino al loro antico splendore, con un accresciuto interesse dei cittadini verso questa Istituzione, tenutaria di una tradizione religiosa e popolare che non può morire per incuria o disinteresse.
 Indubbiamente, la prima cosa che dovrebbero realizzare questi quindici «paladini» rimasti a testimonianza di una tradizione socialmente autentica, è quella di riorganizzarsi, magari rivedendo, tra l'altro, alcune parti dello Statuto che, per esempio, prima fissava la tassa di ammissione in lire cinquanta e il contributo mensile in lire 100 (diconsi lire cento!); da qualche anno il contributo è stato portato a lire duemila annue: una cifra irrisoria per contribuire a mantenere in vita «un fatto religioso e sociale siracusano» che dura da 333 anni e che, con gli sforzi e la volontà comune (come ora sta accadendo), può ritornare alla grandezza e alla intensità sociale e religiosa di un tempo.

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