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Castello Di Paterno' Catania

Castello Di Paterno'
Il Castello di Paternò sorge sulla collina storica dell'omonimo paese, e rappresenta il più grande dei tre dongioni della Valle del Simeto. Il maniero è un grande edificio fortificato ed ha una pianta a forma di parallelepipedo irregolare, con una sporgenza di 1,50 metri che occupa l'intera altezza della costruzione presso l'angolo sud-est. Le dimensioni complessive sono di 24,30 x 18 metri in pianta e 34 metri in altezza, con uno spessore della muratura, realizzata con conci di pietra lavica di varie dimensioni e leggermente sbozzati, pari a 2,60 metro. Un gradevole effetto donano i conci di pietra calcarea ben squadrati presso i cantonali e quelli finemente lavorati delle monofore e delle bifore, creando una bicromia caratteristica del donjon di Paternò. I torrioni di Adrano e Motta sono infatti realizzati unicamente con pietra lavica.

Tre piani suddividono l'interno del castello (compreso il pianterreno). Al piano terreno si accede attraverso una scala posta sul lato nord; il suo spazio interno si divide in cinque vani, compreso un ampio salone, il vestibolo (vedi sotto la planimetria I, ambiente A) caratterizzato da tetto con volta a botte, monofore, feritoie e da una cisterna (planimetria I, indicata con l), nel vano sotterraneo, ad acqua piovana con canale di portata originariamente collegato col terrazzo nel muro ovest. Troviamo poi i vani magazzino (planimetria I, ambienti B e C) e la gendarmeria.

A questo piano inoltre è da sottolineare la presenza di una cappella (planimetria I, ambiente D), detta di San Giovanni (Battista), costituita da un vano rettangolare (6 x 3,90 metri) a navata unica e abside semicircolare, ricavata nello spessore del muro orientale. La cappella, un tempo dotata di sedili, è caratterizzata dalla volta con anfore di terracotta capovolte e dalla presenza di stelle lignee di colore dorato che la rendono un cielo stellato. Inoltre lungo le pareti della cappella sopravvivono ancora resti di pitture murali a tempera (non si tratta di affreschi) a tema epico-religioso datate tra la fine del XII secolo e la prima metà del XIII sec. Tali pitture sono danneggiate da fuochi accesi dai pastori che a lungo utilizzarono parte dell'edificio nel corso dei secoli. Risultano distrutti la figura di San Michele e il Pantocratore della piccola abside, ridotto quest' ultimo alla sagome di una sinopia, mentre si distinguono ancora l'Angelo e la Vergine dell'Annunziata, San Giovanni Battista e San Nicola. Sul catino dell'abside resistono i quattro simboli degli evangelisti entro medaglioni e nel medaglione centrale si distingue l'Agnus Dei.

In queste figurazioni sono stati individuati legami con i soffitti dipinti della cappella Palatina di Palermo e della cattedrale di Cefalù. Altre decorazioni si svolgono lungo le pareti nord, ovest e sud: tra i santi cavalieri si riconosce San Giorgio. Per queste pitture sono stati proposti raffronti con gli affreschi di San Pietro in Monterrone (Matera) e con vari dipinti pugliesi scaglionabili nel corso del XIII secolo. Inoltre, sulle pareti dipinte della cappella intitolata a San Giovanni Battista, sono parzialmente leggibili alcune date: 1557, 1574 e 1622, anni in cui il castello appartenente ai Moncada fu adibito a carcere.

Poco distante dalla porta di ingresso al vestibolo, e dallo stesso lato, troviamo la scala in pietra a due rampe (planimetria I, indicata con E) che è inserita nel grosso spessore del muro nord (la media dello spessore dei muri portanti del castello è di 2,60 metri). Facente parte del pianterreno è il primo soppalco che consente di accedere alla scala per il primo piano ed al secondo soppalco con vano (nella planimetria I è indicato con F) utilizzato come carcere (il castello fu adibito a prigione tra il XV ed il XIX secolo).

Il primo piano si fraziona in due porzioni. Usciti dalla scala ci si immette subito in un grande salone (19,25 x 5,97 metri) coperto con volta ad ogiva con fori che segnalano la presenza di anfore capovolte, adoperate per alleggerire il peso della muratura, e illuminato da quattro bifore in pietra calcarea. Questo salone (planimetria II, ambiente A) è detto delle Armi o di Rappresentanza e del Parlamento, e nel lato su era dotato di camino. Di certo vi si svolgevano importanti riunioni familiari  e vi si accoglievano ospiti di riguardo. Nella vita quotidiana potè rappresentare un comodo e ampio disimpegno per le stanze che vi si affacciano e come salone di ritrovo. Poteva accogliere anche le esercitazioni d'arme dei nobili che risiedevano nel castello. In questa sala la regina Bianca di Navarra, moglie di Martino I di Sicilia, confermò le Consuetudini, una interessante raccolta di norme che regolavano alcuni aspetti della vita del paese, come le successioni, alcuni esercizi pubblici, il commercio di derrate alimentari, il pascolo, la condizione delle donne di malaffare e la viabilità pubblica. Il documento originale è custodito presso l'Archivio di Stato di Catania e reca, olte la firma di Bianca, un medaglione che raffigura il donjon di Paternò.

Sulla Sala d'Armi si affaccia l'altra porzione del primo piano, ovvero tre stanze quadrate di circa 6 metri per lato. Sono la stanza probabilmente della cucina (planimetria II, ambiente B), le stanze che servivano da alloggio per il castellano e la cancellaeria (planimetria II, ambienti C e D). Troviamo poi, aggettante sul lato nord-est, la prima delle quattro torrette di guardia (indicata in piantina II con E) e la scala che porta al secondo piano (indicata nella planimetria II con F).

Infine raggiungiamo il secondo piano, caratterizzata da una grandiosa galleria (18,32 x 6,12 metri), la Loggia (planimetria III, ambiente A), sempre coperta con volta ad ogiva, ed illuminata dalle due grandi bifore a colonna marmorea l'una ed a colonna di pietra lavica l'altra. Queste due grandi bifore con colonnina di diverso colore (rispettivamente bianca quella rivolta ad est e nera quella rivolta ad ovest) hanno un grande valore rimbolico, in quanto starebbero ad indicare l'una l'alba e l'altra il tramonto del Sole. Il castello infatti è posizinato secondo i punti cardinali, ed ecco dunque che viene spontaneo aggiungere al castello anche un'altra valenza, quella astronomica. Non è stato ancora fatto uno studio ad hoc su tale ipotesi, ma non è improbabile che il castello, sfruttando il promotorio e la sua altezza, fosse utilizzato come osservatorio astronomico. Questa idea non stupisce affatto se si pensa che la corte di questo come di altri castelli, specialemente sotto l'imperatore Federico II di Svevia, pullulava di scienziati, matematici e astronomi/astrologi (si ricordi per esempio Michele Scoto, molto caro allo Stupor Mundi e ricordato da Dante nella Bolgia degli Indovini).

Ai lati della galleria si dispongono poi quattro stanze quadrate (6 x 5,40 metri) (indicate nella planimetria III con B, C, D, E) dove si trovano resti di camini e di affreschi della prima metà del XIV secolo. Queste stanze erano abitate dai regnanti e dai loro ospiti. Come in una delle stanze del piano inferiore, anche in piano troviamo un piccolo vano annesso alla stanza da letto che era utilizzato come ritirata o gabinetto. infatti un'apertura praticata nel pavimento, oggi protetta da una grata, un tempo serviva da scarico. L'acqua per lavarsi doveva essere contenuta in anforette ed in una tinozza poste presso l'entrata. Nei muri sono inoltre scavate piccole nicchie. Nicchie o edicole più o meno grandi e di vario disegno, sono visibili in tutti gli ambienti del castello. La loro funzione era quella di ripostigli o angoli adatti a collocarvi piccole lampade. Molte di queste edicole recano traccia dell'inserimento di una mensola in legno per aumentare lo spazio utilizzabile.

Ritroviamo anche qui il vano della torretta di guardia (planimetria III, indicata con E) e la scala (indicata nella planimetria III con F) che porta all'ultima torretta di guardia e, dopo aver superato l'ultimo dei 131 scalini, al terrazzo. Qui, lungo il muro orientale, due botole immettono in due camminamenti ricavati nelle intercapedini della volta del secondo piano, che corrono in parallelo verso l'opposto muro di ovest e che probabilmente avevano funzione militare.

La bellezza del Donjon di Paternò è davvero stupefacente, chiunque visiti il maniero, a parte godere di una vista panoramica mozzafiato sulla Valle del Simeto e sul Vulcano Etna, è ammaliato dalla magnificienza della torre e della bicromia delle pietre di cui è formato. Nei muri perimetrali del castello sono praticate infatti numerose aperture di diversa forma e dimensione, tutte caratterizzate dalla pietra bianca calcarea, che le pone in risalto rispetto alla pietra nera basaltica utilizzato per la costruzione della torre. Le più piccole di queste aperture sono di forma rettangolare, strette e lunghe, ed avevano funzione specificatamente difensiva: sono le classiche feritoie attraverso le quali balestrieri ed arcieri potevano scagliare frecce sugli assalitori.

Le finestre vere e proprie sono dette monofore e presentano in genere una forma di ogiva o di arco a pieno centro. Hanno funzione essenzialmente pratica di aerazione ed illuminazione. Le bifore, invece, aggiungono a questa funzione quella decorativa. Queste ultime, per la proorzioni, la forma della colonnina centrale, la foggia del capitello e la ghiera esterna, ricordano le bifore di alcuni edifici di Taormina e di Randazzo, e sono tipicamente duecentesche. Nel Medioevo non si usavano lastre di vetro colorato o trasparente a protezione delle finester, ma, per assolvere alla stessa funzione, si adoperavano telai di legno su cui era tesa una tela bianca incerata, le "impannate". Nelle belle giornate questi telai venivano rimossi, mentre in inverno e nei giorni di maltempo si chiuedevano le finestre con solide imposte di legno, fissate alla cornice di pietra mediante l'applicazione di un robusto palo trasversale le cui estemità erano alloggiate in apposti incavi.

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